Berlinguer: “Il rischio di ingovernabilità è il più grave che possa correre una democrazia

By | aprile 25, 2018

Berlinguer: “Il rischio di ingovernabilità è il più grave che possa correre una democrazia
LUIGI BERLINGUER - Ph. Silvia Lore' / Imagoeconomica

Luigi Berlinguer ha 85 anni. Accademico di fama, è stato rettore dell’Università di Siena. In politica ha seguito un filo unico dal Pci al Pd. È stato parlamentare e ministro. E cugino di Enrico, il leader più rimpianto della sinistra italiana.

Luigi Berlinguer chiede: “Posso fare una considerazione prima delle sue domande?”.

Certo.
“Quando è uscito il risultato delle elezioni del 4 marzo anche io pensavo che il Pd dovesse collocarsi all’opposizione”.

Poi?
“Il confronto politico ha avuto un’impostazione sbagliata, una visione centometrista”.

Centometrista?
“Sì, una visione agonistico-sportiva, cioè vince chi arriva primo, ma in un regime parlamentare non conta chi arriva primo o secondo”.

La retorica dei due vincitori, Salvini e Di Maio, e dei due sconfitti, Berlusconi e Renzi. Risultato: lo stallo.
“Per questo preferisco parlare di successi e insuccessi. Nella vita della democrazia è necessario che si determini una maggioranza”.

È questo il vero obiettivo di chi ha scelto e votato?
“Votare liberamente è una premessa necessaria ma non sufficiente. Un Paese che non raggiunge una maggioranza che vada a prendere la fiducia in Parlamento, è un Paese destinato a sbattere. A che cosa serve essere liberi di votare se poi non si concorre alla formazione del governo?”.

Ed è per questo, professore, che adesso lei è favorevole al dialogo tra Pd e Cinquestelle.
“Appare chiaro che il rischio di ingovernabilità – ripeto: il più grave che possa occorrere ad una democrazia – possa costringere anche il mio partito a una trattativa con il M5S. Ma lo si può fare solo a partire da criteri di chiarezza e trasparenza per il rispetto che dobbiamo alla nostra grande comunità di partito”.

Epperò ci troviamo di fronte tre blocchi difficili da scongelare.
“Chi si proclama vincitore, che sia il M5S o la coalizione di centrodestra, deve abbandonare la visione agonistica. Non sono le vittorie o le sconfitte a decidere la convergenza politica tra forze diverse”.

I renziani alzano lo scudo degli elettori del Pd che non vorrebbero un’apertura con i Cinquestelle. Eppure sono tantissimi a sinistra ad aver scelto il movimento di Grillo e Di Maio.
“Ormai ci sono più studi fatti dagli analisti che dimostrano che una parte rilevante di elettori del Pd il 4 marzo ha votato Cinquestelle. E anche io ho avuto vari riscontri”.

Ovvero?
“Ho conosciuto elettori che hanno votato nel Lazio per Zingaretti, cioè per un’amministrazione di sinistra, e che poi nella stessa urna hanno scelto il M5S per il voto politico nazionale”.

Che cos’è allora, per lei, il M5S?
“Un partito che non ha definito la sua collocazione ma che non è certamente razzista e non difende gli interessi anti-popolari. Oppure ancora non vuole dividere l’Italia in due”.

Di qui la convergenza tra forze diverse, come ha detto lei prima.
“Per creare queste convergenze ciascuno deve rinunciare a una parte della propria identità e del proprio programma. Ci sono dei punti chiari su cui trovare l’intesa: il lavoro e la scuola. L’importante è non partire dalla lottizzazione dei posti, altrimenti non si comincia bene”.

Uno snodo cruciale è la premiership di Di Maio.
“Non mi permetto di entrare in questo dettaglio, ma sono contro veti e pregiudiziali. In ogni caso non si deve partire da lì. La verifica delle convergenze va fatta sulle cose reali, sui contenuti”.

Esempio: il Jobs Act, abolirlo o mantenerlo?
“Un esempio calzante. Si discute, punto. Tenendo presente che tanto l’abolizione bruta del Jobs Act quanto il suo mantenimento non portano da nessuna parte. L’importante è partire: prima i contenuti, poi si vedranno i posti e la durata”.

Le convergenze rimandano al lessico di Aldo Moro, a quarant’anni dalla più grande tragedia repubblicana. Servirebbe un nuovo compromesso storico tra Pd e Cinquestelle?
“Questo compromesso non sarebbe alieno dall’idea che ebbe Enrico Berlinguer. Anche lui si pose il problema di una maggioranza. In sé il compromesso è necessario per garantire la governabilità in una fase come questa. Se lei deve comporre dei colori non può pretendere che il bianco e il nero rimangano tali mescolandosi”.

E di che tinta potrebbe essere un eventuale accordo tra grillini e democratici?
“Rosa, mettendo insieme il vermiglio e un po’ di bianco”.

Il vermiglio lo mette il Pd?
“Sì, ovviamente”.

I Cinquestelle sono stati percepiti pure come gli eredi della questione morale di Berlinguer.
“La questione morale è entrata fino in fondo nel Pd e nei membri del Pd: dal M5S non ci differenzia la lotta alla corruzione e i grillini non credo possano avere il monopolio della morale. Il Pd è ancora il partito di Berlinguer”.

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Source: Partito Democratico

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