Zingaretti: “Su Pd e 5 Stelle, nessuna subalternità e nessun integralismo”

By | aprile 25, 2018

Zingaretti: “Su Pd e 5 Stelle, nessuna subalternità e nessun integralismo”
Nicola Zingaretti Roma Lazio

Via Cristoforo Colombo, metà pomeriggio, il palazzo circolare della Regione Lazio che fu anche location per il primo film di Fantozzi illuminato dal sole. Il governatore, Nicola Zingaretti, è appena rientrato da Santa Severa dove ha inaugurato l’Ostello “più bello d’Europa”: maniche di camicia, cravatta slacciata, una “rete” di palloni da regalare al ragazzo che ad Aprilia sbagliò apposta un rigore che non c’era. L’orecchio, però, è costantemente incollato alle vicende nazionale. «La stupirò esordisce ma partiamo dalla situazione del governo?». Conoscendo la cautela (spesso ai limiti dell’inabissamento tipo sottomarino) dimostrata in questi cinque anni alla guida del Lazio è quasi un cambio di pelle.

Andiamo subito al nocciolo del problema: il Pd dovrebbe fare il governo con M5S?
«Ci sono due novità non marginali. La prima è che la lettura del post-voto come di una vittoria di Cinque Stelle e di Salvini si è dimostrata semplicistica. In realtà, in parlamento, ci sono diverse minoranze e quindi l’atteggiamento perentorio di M5S di pretendere l’assenso ad un governo qualunque esso sia è di corto respiro. Forse era più giusto parlare di una “non vittoria” come fu per Bersani nel 2013».

La seconda novità?
«Che Cinque Stelle ha dichiarato conclusa l’ipotesi di un’alleanza con il centrodestra. Vediamo se si tratta di tattica o no, ma comunque sono novità che vanno valutate».

Da questo punto di vista, l’esempio del Lazio è un modello? Qui le prove d’intesa tra la sua giunta di centrosinistra e i pentastellati sono già iniziate…
«Fermo restando che si tratta di questioni separate e che in Regione c’è una legge elettorale diversa, ma io ho aperto un dialogo con tutti, anche con il centrodestra. Chi ha preso l’iniziativa vera è stata Roberta Lombardi, che ha rotto gli indugi e si è detta pronta a vedere le carte. E questo mi ha fatto piacere, ovviamente».

Vedere le carte per fare cosa?
«Non ci sono maggioranze precostituite a tavolino o sottobanco, ma la mozione di sfiducia delle opposizioni ha raccolto solo tre firme e non è stata nemmeno presentata: è segno che le forze politiche hanno deciso di provare a governare, aprendo ad una possibilità di confronto di alto livello su diritto allo studio, commercio, piano ambientale, rifiuti, sanità».

Maggioranze variabili?
«È quello che succede al Parlamento europeo, dove le maggioranze si formano su singoli provvedimenti. E, senza voler esagerare, capita persino negli Usa che ci sia il presidente di un colore politico e il Congresso di un altro».

Tradotto: Renzi dovrebbe prendere esempio dalla Lombardi e aprire al dialogo?
«Non è questo il tema. La posizione iniziale del Pd di dichiararsi all’opposizione è servita a fare chiarezza e a spingere gli altri ad uscire allo scoperto. Ma ora la situazione è in evoluzione e questo va valutato. Il Capo dello Stato si è trovato a gestire una situazione complicata ma non sta sbagliando una mossa. Non è vero che in 45 giorni non è successo niente».

Ma tra la linea possibilista di Martina e Franceschini, e quella di chiusura dei renziani, lei da che parte sta?
«Da quella della direzione Pd, dove si è votato all’unanimità di sentirci forza di opposizione. Ora, viste le ultime ore, non ci deve essere nessuna subalternità e nessun integralismo. Credo sia lecito discutere nel partito, come credo abbia ben spiegato Martina. Una cosa però mi sento di dire…»

Dica pure.
«Non amo tutte queste dichiarazioni nemmeno ad horas, ma ad secundum… Una frenesia da guerra di posizione, mentre bisognerebbe ossigenare i polmoni e respirare».

Torniamo daccapo. Come si trova un’intesa con M5S?
«È possibile se si ragiona di temi concreti. In Regione ci stiamo provando a fare un pezzo di strada insieme, anche con il centrodestra. Oggi (ieri, ndr) approviamo il bilancio in giunta, poi ragioneremo sul ciclo dei rifiuti: bisogna cambiare tutta l’impiantistica del Lazio. Delle novità ci sono anche a livello nazionale: anche la Merkel era partita per fare il governo con liberali e verdi e poi si è visto che la strada non era percorribile. Non bisogna avere fretta».

Lei però ne ha avuta nell’annunciare la sua candidatura alle primarie da segretario del Pd. Una cosa non da lei: come mai?
«Perché per cambiare le cose tutti devono sentirsi in partita. L’innovazione di questo Paese e anche del Pd non si può fare stando fermi o addirittura tornando indietro».

Ma quando ci sarà il congresso?
«Non lo so, ma queste settimane sono utili anche per il dibattito interno. Bisogna aumentare la quota di rispetto del pluralismo delle idee, mentre vedo prevalere l’insofferenza verso idee che non si condividono. Come diceva Platone, per un problema ci sono tre soluzioni: la mia, la tua e quella giusta. Ecco, la guerra di posizione non è mai positiva».

Ma per fare il segretario si dimetterà dalla Regione?
«È già successo che ci fossero di presidenti o sindaci eletti che hanno corso per una segreteria: penso a Vendola, Emiliano, lo stesso Renzi…».

Ha paura che poi le dicono che scappa dal Lazio?
«Ma no… Il rilancio della funzione innovatrice del Pd è una sfida talmente grande che nessuno potrebbe dire questo».

Lei andò a trovare la sindaca Raggi in Campidoglio, collaborazione vera o di facciata?
«Da parte mia non è tattica. La nostra non è un’amministrazione contro il Campidoglio, casomai vogliamo aiutare Roma. A questo proposito, spero si sblocchi al più presto la questione del Forlanini».

Ma quanto dura la sua legislatura qui in Regione?
«Fino a che produrremo buone leggi. Le condizioni ci sono».

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Source: Partito Democratico

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