Regionali in Abruzzo: la Lega si espande, cede il M5S

By | febbraio 11, 2019

Regionali in Abruzzo: la Lega si espande, cede il M5S

Il risultato del voto in Abruzzo

Fonte: https://cise.luiss.it

Tertium non datur. L’Abruzzo si conferma regione dell’alternanza e dopo cinque anni di giunta regionale a guida centrosinistra, la regione passa di nuovo nelle mani del centrodestra, con il M5S che incassa una clamorosa e dolorosa sconfitta. In Abruzzo il centrodestra non si limita a vincere. Come spesso accade in un tempo di incertezza e volatilità, la realtà delle urne supera di gran lunga i pronostici della vigilia. Come già rilevato in un precedente contributo (Angelucci 2019), il candidato alla presidenza per il centrodestra, Marco Marsilio, partiva da favorito. Ma l’esito delle elezioni ha superato di gran lunga la più rosea delle aspettative (Tabella 1). Il senatore di Fratelli d’Italia, romano di famiglia abruzzese, incassa il 48% del voto popolare conquistando la presidenza della regione e distanziando con ampio margine le altre forze politiche in campo. Nel 2014 la compagine di centrodestra si fermò al 29,3% cedendo il passo al candidato di centrosinistra Luciano D’Alfonso che con la coalizione di centrosinistra ottenne il 46,3%.

Il risultato è ancora più sorprendente se si confronta con il dato delle politiche delle 4 marzo, quando la coalizione di centrodestra, sotto la spinta propulsiva di una Lega in forte crescita, conquistò il 35,5% nella regione. In occasione delle politiche appariva chiara l’inversione dei ruoli all’interno del centrodestra. Da gregaria, la Lega si affermò come punta di diamante della coalizione, ottenendo il 14% e fermandosi a poche manciate di voti da Forza Italia (che ottenne il 14,7%). Le regionali di ieri hanno sublimato questa tendenza: per la prima volta la Lega sfonda in una regione del sud, imponendosi come primo partito e conquistando il 27,5% dei voti, una percentuale che sarebbe stata impensabile solo qualche anno fa.

Se questo è vero, è altrettanto vero che, in termini relativi, la performance elettorale degli alleati (Forza Italia e Fratelli d’Italia) è stata tutto sommato in linea con le aspettative e con le tendenze nazionali. Forza Italia, in caduta libera a livello nazionale, ottiene il 9%, quasi sei punti percentuali in meno rispetto alle politiche di marzo. Fratelli d’Italia ottiene invece il 6,5%, un punto percentuale e mezzo al di sopra di quanto ottenuto a livello nazionale alle ultime elezioni politiche. Si tratta tuttavia di un risultato modesto, se si pensa che il candidato alla presidenza Marsilio è espressione di questo partito.

É in casa Cinque Stelle che la realtà del voto frantuma le aspettative della vigilia. Il consigliere uscente Sara Marcozzi, già candidata alla presidenza della regione nel 2014, ottiene il 20,2%, ben al di sotto delle aspettative. È lei la vera sconfitta di questa tornata elettorale. Mai il M5S negli ultimi anni era sceso così in basso in Abruzzo in termini di consenso. Rispetto alle politiche di marzo, quando il partito ottenne quasi il 40%, i Pentastellati hanno praticamente dimezzato la propria percentuale di voto. È vero, si tratta di competizioni dalla natura molto diversa e sarebbe una forzatura voler tentare di comparare elezioni locali e politiche. Tuttavia, anche rispetto alle elezioni regionali del 2014, dove il partito risultò essere il secondo (dietro il PD) in termini di voto, il M5S è sceso di quasi due punti percentuali. Come già rilevato in precedenza (Angelucci 2019), il M5S conferma le enormi difficoltà a livello locale e l’incapacità di radicarsi sui territori. Insomma, rispetto alle previsioni che davano il M5S come possibile candidato alla vittoria, il tonfo c’è stato e si è sentito chiaro e forte anche Roma, dove i vertici pentastellati dovranno misurare il valore politico della sconfitta.

Non crolla invece, come pure molti sospettavano, il centrosinistra. Sotto la guida dell’ex-presidente del CSM ed ex-sottosegretario alla presidenza del Consiglio, la coalizione, ampia e partecipata, con forte connotazione civica, raggiunge il 31,3%, ottenendo il secondo posto a quasi 17 punti percentuali di distanza dal centrodestra. Nonostante la sconfitta, il dato è sintomatico di una maggiore competitività del centrosinistra, almeno a livello locale. Molto probabilmente il dato è da attribuirsi alla capacità di Giovanni Legnini di formare -in controtendenza rispetto alle scelte nazionali degli ultimi anni- una coalizione politica inclusiva in cui il peso dei partiti (in special modo del Partito Democratico) è stato fortemente ridimensionato e sfumato dalla presenza di forze politiche e della società civile molto diverse. Se questa strategia politica non è bastata ad assicurare la vittoria, ciò che è accaduto ieri in Abruzzo lancia un chiaro segnale sul possibile futuro del centrosinistra. Potrebbe essere proprio questa la strategia politica su cui ricostruire una forza di opposizione credibile e competitiva anche a livello nazionale.

 

Un test per le forze politiche in campo?

Molti saranno tentati in queste ore di leggere nei numeri delle elezioni regionali abruzzesi indicazioni utili per valutare tendenze più ampie a livello nazionale. Si tratta d’altra parte di un primo test elettorale per le forze politiche in campo dopo l’approvazione della manovra economica, nonché il primo di una serie di appuntamenti elettorali che porterà alle elezioni Europee di fine maggio. Trasferire le dinamiche regionali a livello nazionale potrebbe essere tuttavia rischioso ed è un’operazione che richiede certamente cautela.

Innanzitutto, solo poco più di un milione di abruzzesi è stato chiamato al voto in queste elezioni. E, tra gli aventi diritto, l’affluenza alle urne è stata decisamente bassa. All’incirca un elettore abruzzese su due (il 46,9%) ha deciso di non prendere parte alle elezioni. Un calo sensibile della partecipazione non solo rispetto alle politiche del 4 Marzo (dato tuttavia fisiologico, considerato che le competizioni a livello nazionale sono generalmente più partecipate), ma anche rispetto alle elezioni regionali del 2014, quando si astenne il 38,4% degli aventi diritto. Così come in altri casi e coerentemente con un trend piuttosto generalizzato, anche in Abruzzo il primo partito è quello dell’astensione, espressione di un chiaro disaffezionamento e allontanamento dei cittadini dalla sfera del politico.

Fatte queste considerazioni, alcuni dati emergono però con chiarezza e forniscono indicazioni utili sull’evoluzione dei rapporti di forza tra i principali attori politici che occupano la scena. Il primo dato rilevante è il successo elettorale indiscusso della Lega che, per la prima volta, sfonda in una regione del Sud conquistando oltre il 27% dei voti e, di fatto, allineando l’Abruzzo alla performance del partito a livello nazionale. Nella coalizione di centrodestra cresce anche Fratelli d’Italia, che ottiene il 6,5%, un punto percentuale e mezzo in più rispetto alle ultime politiche e quasi quattro punti percentuali in più rispetto alle regionali del 2014). Fa da contraltare a questo risultato il crollo del Movimento 5 Stelle, che aveva ottenuto alle politiche il suo miglior risultato nella regione (39,6%). Sulla stessa scia del risultato ottenuto alle politiche, continua il trend negativo per il Partito Democratico (che perde poco più di due punti percentuali rispetto alle politiche del 2018) e di Forza Italia (che passa dal 14,7%, ottenuto in occasione delle politiche, al 9%, ottenuto in occasione di queste ultime elezioni regionali). In buona sostanza, avanzano le forze più radicali del centrodestra unito, cala sensibilmente il M5S e restano ai margini le forze politiche più tradizionali, come Forza Italia e Partito democratico.

Questi dati sono inoltre rivelatori per quanto riguarda la diversa capacità delle forze politiche in campo di radicarsi nel territorio abruzzese e di trasferire il risultato nazionale a livello locale. Per fare maggiore chiarezza e fornire un’interpretazione politicamente più profonda dell’esito elettorale di queste regionali, confrontiamo i risultati di queste ultime elezioni con quelli della tornata politica immediatamente precedente (marzo 2018). Questa operazione ci consente di misurare il rendimento elettorale alle regionali (brevemente: RER), ovvero la capacità di una coalizione di trascinare anche sulle elezioni regionali il proprio risultato delle politiche. Per farlo calcoliamo, per ciascun soggetto politico (in questo caso la coalizione), il rapporto tra voti ottenuti alle regionali e voti ottenuti alle politiche. E qui è interessante confrontare i valori di RER per le coalizioni alle regionali del 2014 (in rapporto alle politiche del 2013) e alle regionali del 2019 (in rapporto alle politiche del 2018) mostrati nella Tabella 2.

Emerge con chiarezza la stabilità di rendimento per la coalizione del centrosinistra. Se confrontato con le regionali del 2014, dove il rendimento rispetto alle politiche dell’anno precedente era del 176%, nella tornata elettorale del 10 febbraio il rendimento è sostanzialmente identico (178%). Questo conferma, in generale, la capacità del centrosinistra di ottenere più voti alle regionali rispetto alle politiche: in media il centrosinistra è riuscito ad ottenere 178 voti in questa tornata elettorale per ogni 100 voti di questa stessa coalizione ottenuti alle politiche del 2018. Vale la pena notare che l’origine di tale stabilità non va ricercata tanto nella forza elettorale del PD (la cui quota di voti è calata), quanto nella forza di una coalizione particolarmente ampia che ha saputo ottenere un consenso abbastanza elevato tra gli elettori.

Appaiono evidenti, come già in altre occasioni (Paparo 2018), le grandi difficoltà del M5S nel tradurre le preferenze nazionali in voti alle regionali. Già nelle regionali del 2014, il M5S -guidato anche allora da Sara Marcozzi- non fu in grado trascinare i voti ottenuti alle politiche a livello regionale (il rendimento allora fu del 72%, con poco più di un terzo degli elettori pentastellati alle elezioni politiche dell’anno precedente che confermò il proprio supporto al Movimento nelle regionali dell’anno successivo). Nella tornata elettorale del 10 febbraio, il rendimento del Movimento è addirittura peggiorato: in questo caso infatti su 100 voti ottenuti dal M5S alle politiche di marzo, solo la metà in media viene confermata al suo candidato alla Presidenza. Vale la pena notare, inoltre, che tale peggioramento sia avvenuto sebbene a partire dal 2014 il Movimento sia stato per lo più all’opposizione -sia a livello regionale e sia a livello nazionale.

È sorprendente invece il risultato collezionato dal centrodestra sotto la spinta propulsiva della Lega e, in misura evidentemente minore, di Fratelli d’Italia. Nel 2014 il rendimento della coalizione rispetto alle politiche del 2013 era del 99%. In sostanza, in occasione delle regionali di quell’anno la coalizione mantenne intatto il consenso ottenuto alle precedenti elezioni politiche del 2013. Nel 2019, il rendimento del centrodestra cresce in modo sensibile, passando dal 99% al 135%. Il risultato è notevole e segnala la capacità della coalizione di incrementare i propri voti a livello regionale.

Il dato è ancor più rilevante se si tiene conto dei flussi di voto tra le politiche del 2018 e le regionali che si sono appena svolte. L’analisi dei flussi elettorali in alcune importanti città abruzzesi ha mostrato come la Lega abbia attratto voti in modo cospicuo dal Movimento 5 Stelle e solo in misura minore dai partners della propria coalizione (redazione Centro Italiano Studi Elettorali 2019a2019b). All’Aquila, ad esempio, circa la metà dei voti ottenuti dalla Lega provengono da elettori che in occasione delle politiche del 4 marzo avevano votato il Movimento 5 Stelle (redazione Centro Italiano Studi Elettorali 2019b). Quest’ultimo, invece, cede quote importanti del proprio elettorato non solo alla Lega, ma anche alla coalizione di centrosinistra (redazione Centro Italiano Studi Elettorali 2019a2019b).

Un ultimo elemento di riflessione emerge da queste elezioni ed è la fondamentale, chiara asimmetria che struttura i rapporti di forza all’interno della coalizione di governo composta da Lega e Movimento 5 Stelle. Vincendo in Abruzzo, la Lega ha mostrato di poter capitalizzare la propria esperienza di governo ed ottenere consenso giocando su un’evidente ambiguità, un’ambiguità che la porta a governare fuori dalla compagine del centrodestra, ma a correre con successo con i vecchi alleati quando le circostanze lo richiedono. Al momento, questo aspetto rappresenta un elemento di forza per il partito di Salvini (che probabilmente continuerà a giocare su questa ambiguità) ed un chiaro fattore di debolezza per il M5S (fuori dalle logiche delle alleanze). A questo si aggiunge il ruolo non indifferente del Partito Democratico. Data l’asimmetria tra Lega e M5S, l’indisponibilità dei dem al dialogo con il M5S tiene quest’ultimo in una condizione di minor forza relativa, nonché nell’impossibilità di contenere da solo l’ascesa leghista. Se e per quanto tempo ancora perdurerà questa particolare condizione non è dato da sapere. Certo è che i prossimi appuntamenti elettorali e in particolare le Europee di maggio forniranno dati sicuramente più probanti.

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Source: Sinistra In europa

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